Era da giorni che ci si aspettava una reazione forte dei militari contro le migliaia di persone scese nelle strade di Yangoon a seguito dei monaci buddisti per protestare contro il rincaro dei prezzi, soprattutto del carburante, attuato nelle scorse settimane.
In Birmania infatti dal 1962 è al potere una feroce dittatura militare che ha sempre represso nel sangue ogni forma di protesta e di opposizione pacifica al governo. E i cinque monaci di ieri, forse otto secondo altre fonti, uccisi brutalmente dai soldati insieme alle centinaia di arresti si aggiungono ad una lista di assassinii ormai interminabile mentre la Comunità internazionale, riunita in questi giorni nel Palazzo di Vetro dell’ONU, rimane spettatore immobile, spaccata al suo interno dalle posizioni non interventiste di Russia e Cina. Intanto resta ignota la sorte di Aung San Suu Kiy, premio Nobel per la pace, probabilmente nuovamente rinchiusa nelle carceri del paese.
La storia della Birmania degli ultimi cinquant’anni racconta di un paese sempre più povero ed isolato dal resto del mondo, costretto da una feroce dittatura militare, salita al potere nel 1962, al silenzio e all’obbedienza. Il generale Ne Win, che resterà a capo del paese fino al 1988, avvia la cosiddetta “via birmana al socialismo”, proibendo ogni forma di libero scambio ed iniziativa privata, nazionalizzando industrie e sopprimendo con la forza il pluripartitismo.
Aung San Suu Kiy, leader della Lega nazionale democratica (LND), diviene a livello internazionale la portavoce della sofferenza di milioni di birmani e sulla propria pelle testimone della durezza del regime contro gli oppositori: nel 1988, le proteste guidate dagli studenti sfociano in un massacro, con l’uccisione di oltre 3mila persone e la sparizione di un numero indefinito di dissidenti.
Dal 1989 la figlia dell’eroe dell’indipendenza, entra ed esce dai terribili carceri birmani anche grazie alle pressioni della Comunità internazionale che riesce ad “ottenere” per lei la detenzione domiciliare.
Nel 1990 il suo partito le elezioni legislative ma nel 1992 il generale Than Shwe prende il potere annullando le decisioni popolari.
Dagli inizi degli anni ’90 il paese è infatti guidato da un triunvirato: il generale Khin Nyunt, a capo dei servizi segreti e primo segretario dell'Spdc (State Peace and Democracy Council) nato nel 1997 a seguito di un colpo di stato interno. E’ lui il vero deus ex machina di tutto il feroce impianto repressivo reso possibile dal sostegno incondizionato dell’esercito.
Il generale Maung Aye, comandante in capo dell'esercito e vicepresidente dell’Spdc e dal 2003 primo ministro del paese e infine il generale Than Shwe, presidente dell’Spdc e premier del paese.
Quest’ultimo mal accetta la politica di Khin Nyunt ritenuta troppo “morbida” nei confronti dei dissidenti e a seguito della liberazione nella primavera 2002 di Suu Kyi, che immediatamente riprende la sua attività di opposizione, da ordine di sabotare e neutralizzare il suo partito.
Il 30 maggio 2003, Suu Kyi insieme al suo vice Tin Oo e ad una delegazione di sostenitori dell’Lnd cadono nei pressi del villaggio di Tabayin in un'imboscata tesa da violenti criminali, appositamente scarcerati ed addestrati dall'Usda (Union Solidarity Development Association), l’organizzazione creata dallo stesso Than Shwe. Il numero delle vittime è incerto, ma si tratta di una carneficina, tra le 100 e le 280 persone. Suu Kyi torna in carcere e con lei gli altri leader del partito sopravvissuti alla strage.
Alla fine del 2004 nel Paese viene avviata una trasformazione radicale di tutti gli apparati statali, in particolare dei servizi segreti e dell’esercito: la tela di ragno, tessuta dal generale Than Shwe per esautorare Khin Nyunt, si rafforza grazie all'appoggio del comandante in capo dell'esercito Maung Aye e al controllo delle posizioni chiave nelle 12 regioni militari in cui il paese è suddiviso.
Il potere è ora nelle mani della cosiddetta “banda dei quattro”: il generale Than Shwe e dei suoi fedelissimi, il generale Myint Swe, a capo dei nuovi servizi segreti militari (Defence Services Military Security)e nipote di Than Shwe, il generale Thura Shwe Mann, a capo dei servizi segreti della regione di Yangoon e Maung Aye, il comandante in capo dell'esercito, ormai di fatto isolato.
Ma i contrasti interni al gruppo dirigenziale non riguardano soltanto la questione degli oppositori quanto piuttosto le relazioni internazionali in particolare con la Cina.
Dopo gli arresti del 2003 Than Shwe aveva voluto mantenere nel paese una parvenza di rappresentatività popolare già avviata da Khin Nyunt attraverso una politica di reintegrazione delle minoranze etniche.
E i gruppi wa giocano un ruolo fondamentale nelle relazioni tra Birmania e Cina: provenienti dall'ex Partito comunista birmano (Pcb), vivono, dai tempi della firma del cessate il fuoco, nel nord-est del paese lungo la zona di frontiera tra i due Stati. Molti dei loro quadri sono cinesi e rappresentano un importante strumento di pressione per Pechino, in un’area economicamente strategica per il colosso asiatico.
E le proteste delle ultime settimane con centinaia di migliaia di persone scese per le strade a supportare l’opposizione pacifica dei monaci buddisti al regime, testimoniano a un intero paese in lotta per la libertà e la democrazia, purtroppo troppo debole per riuscire da solo a liberarsi dal regime dittatoriale di Than Shwe e alla sua inesorabile macchina repressiva.
Mentre la Comunità internazionale ancora una volta sta a guardare.