All’unanimità il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha stabilito che il ricorso su vasta scala alla violenza sulle donne in zone di guerra debba essere equiparato ad vera e propria arma. Esultano le associazioni di tutela per i diritti umani in tutto il mondo. Per Human Rights Watch "E' un atto storico".
I Quindici del Consiglio di Sicurezza dell’ONU lo scorso 19 giugno hanno approvato all'unanimità la risoluzione 1820 che condanna e prevede azioni repressive contro i responsabili delle violenze sessuali perpetrate ai danni delle donne in presenza di conflitti.
Durante i negoziati però Russia, Indonesia e Vietnam avevano espresso riserve su come lo stupro potesse essere realmente considerato una questione di competenza del Consiglio di sicurezza ma alla fine le posizioni si sono allineate e tutti i paesi hanno voltato a favore della risoluzione.
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Una tattica di guerra per umiliare, dominare, spaventare, disperdere e/o ricollocare a forza i civili membri di una comunità o di un gruppo etnico": questo – secondo la risoluzione ONU – il vero obiettivo a cui mira lo stupro sistematico in tempo di guerra.
Su proposta degli Stati Uniti supportati da oltre 30 paesi e anche dall’Italia, viene così sancito un fondamentale principio: il ricorso allo stupro messo in atto in situazioni di conflitto contro le donne delle popolazioni o dei gruppi “avversari” deve ritenersi a tutti gli effetti al pari di un’arma di guerra.
La risoluzione segna un’importante punto di svolta rispetto ai precedenti documenti adottati dal Consiglio per la protezione delle donne e ragazze in situazioni di conflitto (Risoluzioni 1325, 1612, 1674), accentuando gli aspetti di prevenzione, protezione e perseguimento dell’impunità.
Gli “stupri” etnici nei paesi della ex Yugoslavia, in Darfur, nella Repubblica Democratica del Congo, in Ruanda e Liberia sono ormai da decenni pianificati dalle autorità governative come dai gruppi ribelli per dilaniare e colpire al cuore l’avversario, “imbastardire” le future generazioni, annientare le identità sociali e culturali minando i vincoli primari su cui si fonda un gruppo sociale. Donne ma anche bambine costrette non soltanto ad affrontare il dolore per le violenze sofferte ma ancor più a fare i conti – in contesti spesso tribali o di organizzazioni sociali ancora patriarcali - con il ripudio e l’emarginazione sociale che può spingersi fino al suicidio per l’onta subita.
La risoluzione descrive il
deliberato uso della violenza sessuale come tattica di guerra e minaccia alla sicurezza internazionale e chiede "a tutte le parti coinvolte nei conflitti armati la cessazione completa e immediata della violenza sessuale contro i civili, con effetto immediato".
La violenza – statuisce la risoluzione - “può esacerbare significativamente le situazioni di conflitto armato e impedire la restaurazione della pace e della sicurezza internazionale”.
Lo stupro, come altre forme di violenza sessuale possono costituire – secondo il Consiglio di Sicurezza - un crimine di guerra, un crimine contro l’umanità o un atto costitutivo del crimine di genocidio ed è necessario pertanto impedire che vengano adottate forme di amnistia rispetto a tali crimini, anche durante il processo che mira alla risoluzione del conflitto.
Il
contrasto all’impunità è infatti elemento essenziale di più ampio quadro di interventi diretto al raggiungimento di una pace sostenibile, della giustizia, della verità e della riconciliazione nazionale.
Alle donne viene riconosciuto un ruolo centrale nella prevenzione dei conflitti, nel mantenimento della pace e della sicurezza, negli interventi di peace building in fase post bellica.
Il richiamo nella risoluzione allo stupro e ad altre forme di violenza sessuale quali crimini di guerra non è chiaro né univoco e pertanto il ricorso alla
Corte penale internazionale de L'Aja rimane più una minaccia paventata che effettivamente praticabile ai danni di chi si macchia di tali delitti.
La risoluzione richiama inoltre le
parti del conflitto armato ad un impegno maggiore nell’aumentare gli sforzi atti a proteggere le donne da attacchi mirati.
Anche gli
Stati membri delle Nazioni Unite sono chiamati a conformarsi alle obbligazioni assunte nel perseguire gli autori dei crimini, assicurare a tutte le vittime di violenza sessuale – particolarmente alle donne e alle ragazze – una effettiva protezione ai sensi di legge e l’accesso ad una giustizia equa.
Tra gli aspetti centrali del documento, il
ruolo delle forze ONU di peacekeeping chiamate ad una preparazione più attenta in materia di protezione dei civili contro le violenze sessuali.
Viene inoltre fatto espresso richiamo alla “Tolleranza zero” all’interno delle Nazioni Unite contro gli abusi e le violenze perpetrate sulle donne anche dagli appartenenti alle forze ONU che in zone di conflitto dovrebbero proteggere la popolazione.
Nella risoluzione si da infine mandato al Segretario generale dell'Onu di redigere un
rapporto per individuare "i conflitti armati dove la violenza sessuale è stata usata ampiamente o sistematicamente contro i civili", documento da pubblicare entro dodici mesi dall'approvazione della risoluzione.
Le reazioni. Il Segretario Generale dell'Onu Ban Ki-moon ha dichiarato che il problema ha ormai “raggiunto proporzioni inimmaginabili ed endemiche in alcune società". In un’intervista rilasciata alla BBC, il Segretario generale ha aggiunto “Per rispondere alla guerra silenziosa contro le donne e le ragazze è necessaria una leadership a livello nazionale”, concludendo che "le autorità nazionali debbono adottare iniziative volte alla costruzione di strategie globali mentre le Nazioni unite devono costruire questa capacità e sostenere le autorità nazionali e la società civile”.
Secondo il Segretario di Stato americano Condoleezza Rice, che ha promosso e presieduto la sessione, “il mondo ora ha riconosciuto che la violenza sessuale non colpisce soltanto la salute e la sicurezza delle donne ma mina la stabilità economica e sociale di quei paesi”.
Il generale Patrick Cammaert, ex comandante delle forze di peacekeeping dell'Onu, ha dichiarato che lo stupro “è veramente un arma perché distrugge totalmente l’intera comunità”. Ha inoltre aggiunto che "probabilmente è diventato più pericoloso essere una donna che un soldato durante i conflitti armati".
L'organizzazione non governativa Human Rights Watch, da sempre in prima linea per denunciare i soprusi perpetrati ai danni delle donne, considera la risoluzione un “atto storico” per un organismo (il Consiglio di Sicurezza) che ha troppo spesso misconosciuto le condizioni delle donne e delle ragazze nei conflitti, salvo chiedere informazioni sulle violenze solo rispetto a specifici episodi. Human Rights Watch ha inoltre plaudito il Consiglio per aver chiaramente espresso nella risoluzione la necessità di raccogliere informazioni dettagliate sul ricorso alla violenza sessuale durante i conflitti.
“Questa risoluzione manda un chiaro messaggio attraverso il sistema della Nazioni Unite: lo stupro è un crimine e dovrebbe essere impedito ma quando ciò non avviene, dovrebbe essere sistematicamente denunciato ed effettivamente perseguito” ha dichiarato Marianne Mollmann, responsabile di Human Rights Watch per i diritti delle donne. “ La risoluzione contiene le basi per poter finalmente colmare la lacuna tra buone intenzioni e cattivi fatti” – ha aggiunto Marianne Mollmann - “Ma per avere un effetto reale, è necessario che il Consiglio di Sicurezza e le stesse Nazioni Unite nel loro complesso intraprendano azioni concrete”.
Le vittime. Agli inizi degli anni ’90, si stima che tra le 20muila e le 50mila donne hanno subito violenza sessuale durante il conflitto nella ex Yugoslavia. Nel 1994, durante i pochi mesi in cui si consumò in Ruanda un vero e proprio genocidio che causò la morte di circa 1 milione di persone massima parte di etnia tutsi, si stima che circa 500mila donne furono stuprate.
Tra le 50mila e le 64mila donne furono vittime di violenza sessuale durante il conflitto in Sierra Leone, che scoppiò nel 1991 e si protrasse per 10 anni. Circa il 90% delle bambine rapite dai ribelli furono violentate, molte uccise o ridotte in schiavitù.
Attualmente si calcola che circa 40 donne al giorno siano oggetto di violenza nel Nord del Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, insanguinato da un conflitto fratricida riesploso negli ultimi mesi in tutta la sua violenza, soprattutto ai danni dei civili e della popolazione inerme.
A cura di Eugenia ScifoniSecurity Council demands immediate and complete halt to Acts of Sexual Violence against Civilians in Conflict Zones - Resolution 1820 (2008)Articoli correlati:
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