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‘Il futuro è troppo grande’ – Un Film sulle seconde generazioni, una campagna di editoria collettiva per ultimarne la lavorazione. Ne parliamo con i due registi Giusy Buccheri e Michele Citoni.

Quando e perché nasce l’idea di una ‘campagna di editoria collettiva’?

Il quadro è noto e forse è inutile dilungarsi sulle difficoltà produttive del documentario in Italia. Noi siamo partiti due anni fa avendo dalla nostra parte la collaborazione, preziosa ma unica, dell’Università Roma Tre. Molti i contatti con istituzioni ed enti, le manifestazioni di interesse e le curiosità, tuttavia inizialmente non ci sono stati altri supporti concreti al progetto. Noi però eravamo decisi a seguire i nostri protagonisti in alcuni momenti importanti della loro vita e non abbiamo potuto attendere, quindi ci siamo buttati nelle riprese. Abbiamo continuato la tessitura di rapporti per cercare sostegni al film ma a quel punto eravamo già impegnati nella produzione e per forza di cose ci siamo dedicati soprattutto a quella, con tanto lavoro volontario e collaborazioni “sulla fiducia”, finché naturalmente si arriva al punto in cui le competenze del filmaker si fermano, devono entrare in campo altre professionalità ed è necessario acquisire dei servizi specialistici. Allora ci siamo detti: proviamo a rivolgerci direttamente al pubblico. Da lì, alla fine dell’estate, è nata la raccolta di fondi sia sulla piattaforma produzionidalbasso.com che mediante donazioni dirette.

Cosa racconta il film?

Racconta le storie di due ragazzi come tanti, che studiano, incontrano il mondo del lavoro, si misurano con l’universo degli affetti, la famiglia e l’amore, insomma attraversano il periodo della vita che segna il passaggio all’età adulta, con tutta la sua complessità di sensazioni e riflessioni. Senonché i due ragazzi hanno una particolarità: le loro famiglie non sono italiane. Lui, Re Salvador, è nato in Italia da una coppia di immigrati filippini; lei, Zhanxing Xu, è venuta in Italia a dieci anni seguendo i genitori che si erano già trasferiti dalla Cina. Perciò il film parla anche di identità e appartenenza, di integrazione e di diritti, di un’Italia multiculturale che sta cambiando ogni giorno che passa, ma che dal punto di vista giuridico, e anche delle mentalità, non cambia abbastanza velocemente.

Perché la scelta di questo argomento e come l’avete affrontato?

Osservando Re e Zhanxing nel loro quotidiano si potrebbe dare per scontato che questi ragazzi abbiano la cittadinanza italiana, ma scontato non lo è affatto. È un tema che riguarda circa un milione di giovani che si trovano in una condizione di cittadinanza non piena, con minori diritti, o che acquisiscono lo status giuridico di cittadini italiani superando non poche difficoltà. La questione ci stimolava da molto tempo, anche perché con il tema delle migrazioni avevamo già fatto i conti personalmente, in maniere diverse, sia sulla scorta di esperienze dirette che di percorsi culturali e di attivismo sociale. Mentre ragionavamo su come intervenire sul tema delle seconde generazioni, con i mezzi espressivi che ci sono consoni, il dibattito sul diritto di cittadinanza ha avuto una fiammata e ci ha proposto nuovi stimoli confermando che la questione fosse più che matura. Allo stesso tempo sentivamo che potesse essere arrivato per noi il momento, dalla “distanza” anagrafica ormai raggiunta, di raccontare dei ventenni, anche questo ci stimolava parecchio. Abbiamo deciso di fare un documentario e ci siamo messi alla ricerca di soggetti interessanti e alla fine abbiamo incontrato, in circostanze diverse, Re e Zhanxing, che tra loro non si conoscevano (e al momento non si sono ancora incontrati). Ci sono piaciuti subito, anche perché con le loro differenti personalità ed esperienze ci davano l’occasione di comporre un racconto con coloriture complesse. La scelta di accogliere nella storia, accanto alle nostre immagini di “pedinamento”, anche il loro stesso sguardo che si esprime attraverso le telecamerine che gli abbiamo fornito, è arrivata a percorso già iniziato ma è diventata un aspetto essenziale del lavoro. Il film risulta alla fine una narrazione corale, che contiene differenze di stile ma nel quale abbiamo voluto che non si cogliesse una gerarchia fra i punti di vista. Tutto contribuisce al racconto del reale.

Il cast è composto da professionisti?

Assolutamente no. Come detto si tratta di un documentario, cinema del reale. Con i protagonisti e tutte le altre persone che gli stanno attorno si stringe un patto non professionale, unicamente in nome del desiderio di raccontare e di raccontarsi e in base all’etica dell’ascolto e del rispetto.

Chi ha prodotto la pellicola?

L’associazione Grió Sinergie Culturali, che opera nel campo del documentario creativo, dell’intercultura e della traduzione letteraria, noi autori, il Centro Produzione Audiovisivi dell’Università Roma Tre che ci ha fornito gran parte dell’attrezzatura e la sala montaggio. Il nostro media partner è Cineama. E poi, naturalmente, c’è la “coproduzione” collettiva di centinaia di persone, che sono per noi importantissime sia per portare a termine il progetto che per un primo riscontro, almeno sulla carta, dell’interesse che suscita, della sua e della nostra stessa credibilità. La dovuta citazione nei titoli di coda non basterà certo a ringraziarli!

Perché contribuire e come?

La campagna sta andando molto bene ma un ultimo sforzo è necessario per finanziare mix audio, creazione del DCP (un costoso supporto digitale richiesto da alcuni festival per la proiezione in sala), traduzioni e master sottotitolati, realizzazione di brochure per la stampa, iscrizioni ai festival, copie DVD… Contribuire è ancora possibile con donazioni dirette, anche piccole, con quote a partire da 10 euro. Tutti i sostenitori compariranno nei titoli di coda del film documentario e, a lavoro finito, ne riceveranno una copia in dvd. Se volete aiutarci scriveteci a info@ilfuturoetroppogrande.it.

www.produzionidalbasso.com/pdb_2706.html

 

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