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La possibilità di esprimersi attraverso l’occhio di una telecamera, questo offre Zalab, un’organizzazione che realizza documentari e laboratori di video partecipativo per raccontare vite ignorate e segnate dai conflitti, con il desiderio di farne storie di tutti. Ne parliamo con Sara Zavarise, socia di ZaLab.

Come è nato questo progetto? Perché questo nome?
ZaLab è nato nel 2006 da un collettivo di filmmakers e operatori sociali, dopo una precedente esperienza di alcuni dei soci fondatori presso UCC (Unità di Cooperazione Creativa). ZaLab sono due parole: “Za” da Cesare Zavattini, grande sceneggiatore del neorealismo italiano, uno dei primi a credere in un cinema orizzontale, ipotizzando di diffondere le cineprese nelle case delle persone tanto quanto le macchine da cucire. “Lab” viene da laboratori, infatti sin dalla nostra fondazione abbiamo realizzato laboratori di video partecipativo dando la telecamera in mano a persone che vivono ai margini della società. Da lì abbiamo iniziato a produrre documentari sociali e a diffondere i nostri prodotti ad un grande pubblico grazie alla distribuzione civile.

La nascita di Zalab è una risposta agli ostacoli che incontrano le produzioni indipendenti. In cosa consiste la distribuzione civile?
Nel corso degli ultimi decenni il mercato della distribuzione commerciale in Italia ha visto rafforzarsi l’egemonia di un gruppo ristretto di soggetti economici. A questo network si oppone la distribuzione civile: un fenomeno che si sviluppa dal basso per favorire la circolazione di film, documentari e cortometraggi che, per motivi contenutistici e di forma, sarebbero esclusi dal mercato tradizionale. ZaLab ha costruito negli anni una rete attiva composta da circa 300 associazioni, enti, scuole, centri sociali, parrocchie, università, che collaborano alla diffusione del cinema documentario indipendente; un cinema sta regalando alla cultura italiana e non solo una nuova capacità di osservazione. Si può diventare parte della rete organizzando proiezioni, sia dei nostri documentari che di film che abbiamo deciso di sostenere.

Dove si svolgono e quanti sono i laboratori di video partecipativo da voi organizzati?
I laboratori di video partecipativo di ZaLab si rivolgono a chi vive al margine e normalmente non si esprime con il video, ma che per questo sa offrire talvolta uno sguardo completamente inedito sulla realtà. Tra il 2006 e il 2013 abbiamo coordinato laboratori nel deserto tunisino, in un piccolo villaggio palestinese, nei quartieri periferici di Barcellona, con richiedenti asilo a Bologna e Roma, con i bambini di Stromboli e Alicudi, con giovani di seconda generazione a Padova, con migranti italiani e africani a Melbourne.

I video partecipativi possono essere uno strumento efficace di diffusione e conoscenza delle tematiche interculturali?
Assolutamente sì, non c’è modo più diretto ed efficace di far conoscere una tematica se non quella di affrontarla con chi la vive e se ne fa portavoce. Per questo i video dei laboratorio sono degli strumenti perfetti per affiancare campagne di sensibilizzazione su tematiche di importanza civile. Per noi inoltre i laboratori sono officine di idee da cui sviluppare storie per film documentari.

Che tipo di riscontri avete avuto nei territori presso i quali lavorate maggiormente?
Nei due paesi dove abbiamo sede, Italia e Spagna, abbiamo avuto riscontri positivi sotto tutti gli aspetti. Premi vinti nei festival con i nostri documentari, (tra i vari la nomination al David di Donatello per “Come un uomo sulla terra”, la selezione de “Il sangue verde” al Festival del Cinema di Venezia, il Premio Vittorio De Seta per “Mare Chiuso” al BIF&St di Bari), riconoscimenti istituzionali da parte delle diverse realtà che ci sostengono, riconoscimenti di pubblico alle nostre proiezioni, riscontro positivo da parte della maggior parte dei partecipanti ai nostri laboratori. Quando abbiamo svolto progetti all’estero, i riscontri sono stati di maggiore o minore impatto a seconda della durata e della valenza del progetto. Ciò che ci dà più soddisfazione però è vedere l’effetto che i nostri progetti hanno sulle persone che vengono coinvolte: per citare degli esempi positivi alcuni dei partecipanti al laboratorio in Palestina oggi lavorano per la TV palestinese oppure un partecipante del laboratorio a Roma è diventato un affermato filmmaker.

Perché in tutti i vostri lavori le migrazioni sono il filo conduttore?
Ci siamo concentrati sul tema della migrazione per anni, nonostante non sia il solo tema che affrontiamo, perché riteniamo che in Italia ci sia una gestione scorretta e strumentale del fenomeno della migrazione e grazie al nostro lavoro cerchiamo assieme ad altre realtà che operano su questo tema di fare pressione politica per dare voce ai migranti nel far valere i propri diritti. Inoltre la migrazione porta con sé storie, volti, racconti, molto interessanti a livello cinematografico.

In questo momento avete nuove produzioni?
Questo è per noi un periodo molto fertile, abbiamo appena presentato il documentario “Container 158” di Stefano Liberti ed Enrico Parenti al Festival Internazionale del film di Roma e stiamo per uscire con altri nostri due documentari: “Il pane a vita” sull’effetto della crisi economica in una delle province più produttive d’Italia, Bergamo, e “Il Retratista” sul fondatore di un modello si scuola rurale partecipata nella Spagna franchista.

www.zalab.org

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