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Migrador Museum: un sito concepito come un museo virtuale, per dare voce alle storie dei migranti. Uno spazio per raccogliere e diffondere le tante testimonianze di cittadini provenienti da tutto il mondo e residenti in Italia; tante ‘finestre’ per accedere a storie, testimonianze, opinioni. Ne abbiamo parlato con Martino Pillitteri, fondatore, direttore editoriale e communication coordinator.

L’idea di creare un ‘museo dell’immigrazione’ online quando e come nasce?

20 anni fa visitai il museo di Ellis Island a New York. Tra tutti i musei che ho visto, quello di New York è l’unico di cui mi ricordo le sensazioni che avevo provato visitandolo. L’impatto fu talmente forte che quando l’anno scorso mi fu chiesto un parere sulla costruzione di un museo delle religioni da costruire a Milano, proposi ai miei interlocutori il mio vecchio pallino, ovvero una Ellis Island a Milano. Non trovai nessuno interessato, per cui lo realizzai da solo, online.

Il Migrador Museum è un museo virtuale, un progetto ma soprattutto un esperimento di comunicazione, in che modo si possono visitare le sue ‘sale’?

In realtà non è un esperimento, ma cerco nel mio piccolo di emulare il codice di comunicazione del museo di Ellis Island che, oltre alle biografie e alle storie dei migranti, conserva alcuni oggetti che i migranti avevano durante l’attraversata sulla nave. A me piace l’idea che oltre ai racconti in prima persona ci siano da supporto anche le immagini del loro passato. Le immagini contribuiscono a rendere più emotive le storie. Infondo, la gente non si ricorda tanto quello che gli viene detto o raccontato, si ricorda, invece, di più come gli altri ci fanno sentire. Ci ricordiamo lo stato d’animo che una storia ha suscitato in noi. Le immagini, a mio avviso, si prestano molto bene e più delle parole, a suscitare sensazioni che si ricordano nel tempo.

Il progetto include la presenza di un comitato scientifico, composto da esperti di immigrazione, in che modo opera e quali sono i contributi principali che offre/realizza questo gruppo di lavoro?

Il comitato scientifico è un modo per ricambiare la stima ad amici e colleghi che in questi anni hanno avuto un ruolo fondamentale nella mia vita sia a livello professionale che umano.

Raccogliere le storie e le esperienze di migranti che decidono di ricominciare la propria vita in Italia è un mezzo/modo per raccontare anche la storia del nostro paese che cambia?

Anche ma non solo. L’aspetto che mi stuzzica di più riguarda il fatto che l’Italia è un paese con tanti difetti di sistema ma alla fine è accogliente. Tanti uomini e donne di altri paesi sono riusciti qui a realizzare i loro sogni. Il paese non nega una chance a chi la cerca in modo legale. Certo, le leggi complicate e la lentezza burocratica sul rinnovo dei visti e dei permessi di soggiorno non agevola il percorso e la vita dei migranti. Ma dietro alle storie di fatica e di sacrificio c’è un aspetto che mi piace sottolineare: se ce l’hanno fatta uomini e donne che sono partiti da condizioni di partenza sfavorevoli come la non padronanza della lingua, la diversità di codici culturali, una burocrazia che rema contro, perché alla fine non ce la può fare uno studente italiano che si è appena laureato o un imprenditore che non ottiene un mutuo? Insomma, se ce la fanno i migranti, allora ce la possiamo fare anche noi italiani.

Questo progetto a chi si rivolge? Può essere considerato un mezzo per combattere gli stereotipi legati ai migranti che vivono accanto a noi?

Si rivolge a tutti coloro a cui piacciono le storie, gli appassionati di storytelling. Le storie che ispirano, quelle da cui puoi imparare qualcosa su altre culture, quelle dove c’è un riscatto, quelle dove l’impegno alla fine paga. Per la questione degli stereotipi da sfatare, ci tengo a precisare che non è il mio obiettivo e non mi è mai passato per la testa. Una nazione come l’Italia dove 500 mila aziende gestite da migranti danno lavoro a 3 milioni di italiani non ha bisogno di sfatare nulla. La realtà è invece più avanti dell’immaginazione. Tutto il resto è accademia.

Il progetto del Migrador Museum diventerà nel futuro anche uno spazio fisico oltre che virtuale?

Se avessi le risorse lo farei al volo. Credo comunque che prima o poi ci sarà un museo reale. Mi auguro che sia pensato e fatto in grande stile, nel senso che sia una struttura polivalente con immagini, storie, oggetti, un centro studi, una università delle migrazioni. Una struttura consigliata da trip advisor e dalle guide turistiche, che attiri turisti, sponsor, che faccia da punto di riferimento per l’indotto, che metta in rete competenze, know- how e best practice, una struttura che sforni competenze, faccia consulenza ai governi e ai comuni, e che generi pil per l’area in cui è edificato.

www.migradormuseum.it