Foto sala_le chiavi di casaCosa intendiamo quando parliamo di accoglienza in famiglia? Si può agevolare con questo tipo di esperienza il processo di integrazione dei titolari di protezione internazionale? Queste le principali domande alle quali si è cercato di rispondere durante il seminario ‘Le chiavi di casa: esperienze di accoglienza in famiglia di rifugiati’, svoltosi a Roma lo scorso 24 giugno e organizzato da Programma integra in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato 2016.

I lavori della giornata sono stati avviati da Laura Liberati, Programma integra e Carla Malatesta, Meta onlus, le quali hanno raccontato l’esperienza di Homefull, un progetto che ha sperimentato percorsi di co-housing tra anziani romani e giovani migranti in uscita dal circuito di accoglienza. Entrambe le responsabili hanno sottolineato come la formazione alla co-abitazione, realizzata per i giovani beneficiari, e le attività di sensibilizzazione, destinate agli anziani, siano state fondamentali per l’avvio di percorsi di conoscenza. Punto di forza del progetto sono stati gli incontri di socializzazione che hanno permesso a due mondi così lontanti quali quello dei giovani migranti e degli anziani di entrare in contatto e di contribuire ad abbattere i pregiudizi basati sulla non conoscenza dell’altro.

‘Bisogna portare avanti il processo di interculturalità e sviluppare azioni di sistema in grado di promuovere l’integrazione nel nostro paese’ – questo quanto affermato da Maurizio Molina, Funzionario per la protezione e rappresentante Unhcr Italia, il quale ha ricordato che l’Italia è l’unico paese UE ad aver realizzato un Piano nazionale d’integrazione, il cui obiettivo non è quello di risolvere un ‘problema’ ma cercare di capire come gestire un fenomeno, ossia quello dell’immigrazione, che coinvolge tutta la cittadinanza.

‘L’accoglienza in famiglia è un valore aggiunto all’accoglienza promossa dagli enti locali’, questo il punto di vista di Antonietta Nevigato, Coordinatrice Unità Tutor, Servizio Centrale del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati, la quale ha sottolineato come esperienze di questo tipo siano utili ma vadano ponderate. L’accoglienza in famiglia deve essere concepita infatti come un intervento di 2° livello per evitare una discrepanza nel rapporto che va a crearsi tra l’accolto e chi accoglie.

Nicoletta Allegri, dell’associazione Ciac onlus, ha riportato invece l’esperienza del progetto ‘Rifugiati in famiglia’, una sperimentazione nata nell’ambito del circuito SPRAR. Il progetto, sviluppato nella città di Parma, prevedeva un periodo di accoglienza non superiore ai 9 mesi, un rimborso mensile per le famiglie, un continuo supporto da parte degli operatori coinvolti e la garanzia per il rifugiato di rientrare in caso di difficoltà nell’accoglienza del circuito SPRAR.

Far conoscere ai rifugiati la quotidianità all’interno di una famiglia, scoprire le differenze culturali e i punti d’incontro comuni tra accolto e famiglia ospitante. Questi i principali obiettivi che il Comune di Milano vuole raggiungere attraverso l’avvio di percorsi di accoglienza in famiglia. Antonella Colombo, Servizio Politiche per l’Immigrazione del Comune di Milano, ha spiegato come è nata l’idea di realizzare il bando per la selezione di famiglie disponibili ad ospitare in casa un rifugiato pubblicato dal Comune a dicembre 2015. 54 le famiglie che si sono candidate ad accogliere titolari di protezione internazionale nella propria casa e ad aprile 2016 sono stati 5 i migranti che hanno avviato un percorso di co-abitazione all’interno di famiglie residenti nel Comune di Milano.

‘Rifugio diffuso’ è un progetto che dal 2008 ha consentito ad oltre 140 titolari di protezione internazionale di vivere un’esperienza di accoglienza in famiglie residenti nel Comune di Torino. Sergio Durando, Direttore dell’Ufficio Pastorale Migranti, ha spiegato come questa esperienza abbia avuto ricadute positive sul territorio anche grazie alla sua grande capacità di sensibilizzazione. Durando ha inoltre raccontato come la volontà di accogliere delle famiglie sia ormai sempre più diffusa. Grazie all’appello di Papa Francesco, oltre 250 famiglie negli ultimi mesi si sono dette disponibili all’accoglienza all’interno delle loro case. Questa risposta così grande ha determinato l’avvio dei lavori per la creazione di un modello di accoglienza in famiglia da proporre alla Prefettura di Torino, al fine di raccogliere in tempi brevi le disponibilità ad accogliere.

Sono intervenuti anche rappresentanti di esperienze di tipo volontaristico promosse sul territorio italiano. Fabiana Musicco, Refugees Welcome Italia, ha raccontato nascita e utilizzo della prima piattaforma web italiana per raccogliere le adesioni dei cittadini che vogliono accogliere, la metodologia utilizzata che prevede utilizzo di gruppi territoriali multidisciplinari e corsi di formazione per le famiglie. A distanza di 6 mesi dall’avvio di questo grande progetto, sono 13 le convivenze attivate in tutta Italia, con un costante monitoraggio da parte dei volontari dell’associazione. A raccontare l’avventura di Refugees Welcome Italia, anche due testimoni, Silvia e Alberto, una delle prime famiglie che ha accolto un rifugiato.

Federico Tzuclas, Responsabile dell’Area Società e Diritti, cooperativa sociale Camelot, ha concluso i lavori della giornata presentando Vesta, un progetto che mira a coinvolgere principalmente rifugiati neomaggiorenni, che hanno già vissuto una prima fase del percorso di integrazione in strutture territoriali, e che attraverso un sito raccoglie le candidature delle famiglie che desiderano vivere un’esperienza di accoglienza nella propria casa. Da aprile le candidature pervenute sono state 42. L’iniziativa ha il supporto del Comune di Bologna, come sottolineato da Annalisa Faccini, Responsabile Ufficio Minori, famiglia, tutele e protezioni del capoluogo emiliano. Una disponibilità che però ha ricordato Tzuclas bisogna raccogliere adesso, perché risponde a delle necessità che non conoscono i tempi della burocrazia.

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