Apolidia e appartenenza negata: con Legal Clinics a Roma per raccontare in un video la storia di Karen

 

In questa terza e ultima tappa, il nostro viaggio nelle storie di “Appartenenza negata” ci porta a Roma ad incontrare Karen, una giovane donna di origini filippine nata e cresciuta in Italia, che ci offre la sua generosa testimonianza, filmata da Giuseppe Chiantera.

Con il suo racconto, intriso di determinazione e privo di ogni rassegnazione, Karen ci trasmette con forza la volontà di affermare quel senso di appartenenza al mondo, indispensabile per la crescita personale e professionale di ogni individuo. Karen non solo aspira a vivere appieno il presente, ma anche a realizzare il futuro che tanto desidera. Un domani fatto di studio, viaggi, condivisioni e soprattutto di libertà.

Attraverso le esperienze condivise con lei e con gli studenti del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, entriamo in contatto con la complicata narrativa di coloro che si stanno impegnando nel lungo percorso per ottenere il riconoscimento dello status di apolide. In questo significativo cammino, è determinante il lavoro delle Cliniche Legali del progetto SLC – Statelessness Legal Clinics – che mira a potenziare l’istruzione e le pratiche legali inerenti alla questione dell’apolidia.

Il racconto:

Mi chiamo Karen e sono nata in Italia, precisamente a Messina da genitori di origini filippine. La mia storia inizia con un dolore che ancora oggi mi brucia nel profondo: mio padre per ragioni che non ho potuto conoscere, non ha mai registrato la mia nascita all’anagrafe.

Ho vissuto la mia infanzia in un ambiente poco sereno, dovendo affrontare con la mia famiglia gravissime difficoltà economiche, oltre a quelle sociali e linguistiche, condizione che ha poi condotto i miei genitori verso la separazione. Mia madre lavorava giorno e notte per mantenere me e i miei fratelli, e non parlando bene la lingua e non conoscendo nessuno che la potesse aiutare, quando ha realizzato che io non avevo un certificato di nascita, ha avuto paura che mi portassero via da lei e le è mancato il coraggio di rivolgersi ai servizi del Comune.

Fin da piccola ho capito che qualcosa non andava nella mia vita, anche dalle piccole cose: per esempio i miei coetanei andavano alle gite scolastiche, ma io non potevo. Io rimanevo a casa e  nell’ombra, senza diritti e senza la possibilità di pensare ad un futuro.

E tutto questo mi ha portato ogni giorno della mia vita, a coltivare una profonda frustrazione e una sensazione perenne di esclusione e di impotenza. Non potevo votare, non potevo accedere ai servizi pubblici, non potevo viaggiare, non potevo avere un lavoro dignitoso, non potevo iscrivermi all’università. L’unica cosa che avevo erano le mie pagelle scolastiche. Le conservavo come oggetti preziosi: erano l’unico documento che parlava di me, e che riconosceva la mia presenza in questo mondo. Per il resto, io ero una persona invisibile agli occhi dello Stato.

Appena cresciuta ho cominciato a cercare soluzioni attraverso la legge per ottenere i miei documenti; ho cambiato così tanti avvocati che non saprei dirne il numero. Poi, grazie alle indicazioni di un’avvocatessa, sono riuscita ad ottenere il certificato di nascita dell’ospedale, e mia madre finalmente, è riuscita a fare una registrazione tardiva in Comune.

Con quel pezzo di carta in mano sono andata all’ambasciata filippina, ma anche qui nessuno è riuscito ad aiutarmi. Avere una madre filippina non bastava: per ottenere un certificato di “non registrazione” all’anagrafe che mi avrebbe, forse, permesso di chiedere la cittadinanza, avrei dovuto andare nelle Filippine, un paese in cui non sono mai stata e dove non conosco nessuno. E poi, come avrei potuto andare? Io ero senza il diritto di avere un passaporto per viaggiare, non conoscevo la lingua, sarei andata alla cieca, senza nessuna certezza di ottenere quello che cercavo. Inoltre avevo il timore che anche se fossi riuscita ad arrivare in qualche modo nel Paese dei miei genitori, avrei poi rischiato di non poter tornare in Italia.

E così sono stata bloccata in questa situazione per anni. Ho vissuto in un limbo, senza nessuna protezione e senza avere nessun diritto, perché io non esisto, né per il Paese dove sono nata e cresciuta, né per quello di origine dei miei genitori. Ero un fantasma che camminava per le strade e guardava le persone che vivevano vite normali, che esistevano! E io ero bloccata, senza colpa, nella mia condizione di non-appartenenza.

Ho cercato di costruire la mia vita, ma ogni passo era uno scontro diretto contro le barriere burocratiche. Ho imparato a sopravvivere adattandomi alle situazioni che la vita mi presentava. Ho vissuto nell’incertezza e ho convissuto con la paura di essere scoperta e privata delle poche cose che possedevo.

La mancanza di documenti mi rendeva costantemente vulnerabile, ma nonostante tutto ho preso il mio diploma di liceo artistico, e finiti gli studi ho sempre lavorato: animatrice per bambini, tutor per materie scientifiche, baby-sitter e qualche volta anche pittrice di ritratti su commissione.

Tutto scorreva, ma ero sempre alla ricerca di un’appartenenza , non potevo vivere appieno senza vedere la mia identità riconosciuta: io volevo una vita normale, volevo studiare, iscrivermi all’Università, ma ero solo una ragazza, senza documenti. Come potevo conoscere la strada per arrivare al mio obiettivo?

Ero invisibile e cercavo continuamente aiuto da chi, secondo me avrebbe potuto darmelo, ma le persone che fino ad allora avevo incontrato sulla mia strada, purtroppo non si erano dimostrate competenti nell’orientarmi.

Poi, in un giorno fortunato sono entrata in contatto con il Tavolo Apolidia per i diritti umani; si battevano per la causa degli apolidi e grazie ad una persona in particolare, ho finalmente conosciuto la strada da seguire: ho incontrato la mia attuale avvocatessa e i ragazzi della clinica Legale del Dipartimento di Giurisprudenza – Università Roma Tre. E lì mi sono subito sentita compresa e aiutata e finalmente ho potuto chiedere lo status di apolide.

Nel lungo iter ancora in corso per ottenere il mio documento, il Tavolo Apolidia e l’associazione A Buon Diritto mi hanno aiutato a trovare una soluzione che mi ha permesso finalmente di iscrivermi all’università di Ingegneria Medica a Tor Vergata. E’ stato commuovente vedere almeno una parte del mio sogno avverarsi. Il resto si avvererà quando otterrò lo status di apolide e potrò andare in Norvegia a vedere l’aurora boreale, e poi in America a conoscere New York, come ho desiderato sin da bambina.

Ho cercato di trovare una forza nella mia condizione. Ho cercato di non farmi schiacciare dalla disperazione e dalla rassegnazione. Ho cercato di trovare una voce per far sentire la mia presenza, in una società che mi negava il diritto di esistere.”

Oggi Karen è attivamente impegnata con l’Associazione Unione Italiana Apolidi e si batte per portare la questione all’attenzione pubblica e dei governi. Con determinazione, cerca di sensibilizzare sulle difficoltà affrontate dagli apolidi e sottolinea l’importanza di riconoscere e proteggere i diritti di ogni individuo, indipendentemente dalla nazionalità. La sua storia è una testimonianza toccante del potere della resilienza e della determinazione. Attraverso la sua lotta, Karen diventa una voce per tutti gli invisibili, dimostrando che ogni individuo merita dignità e riconoscimento. La sua storia è un appello a una società più giusta ed equa, dove nessuno dovrebbe essere lasciato nell’ombra dell’apatia e dell’indifferenza.

Clicca e guarda la storia di Karen nel video “Appartenenza negata”

Il progetto “The Statelessness Legal Clinics (SLC) – Strengthening Legal Education and Practice on Statelessness” (Cliniche legali per l’apolidia – Rafforzare l’educazione e la pratica legale sull’apolidia), è realizzato con il supporto di Unhcr_Agenzia ONU per i Rifugiati e condotto da Programma inregra in collaborazione con: IUC – International University College (Torino), Dipartimento di Giurisprudenza – Università Roma Tre (Roma), Dipartimento di Giurisprudenza Federico II (Napoli).

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