Il lavoro sociale e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: l’esperienza di Programma integra

 

Dall’intervento di Valentina Fabbri, Presidente di Programma integra, al convegno “Umanità senza diritti”. Una proposta per l’inserimento della Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite nella Costituzione italiana e negli statuti dei e negli statuti dei partiti politici. Roma, 14 dicembre 2023.

 

 

Quando si prende in mano la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani si ha sempre la sensazione di leggere qualcosa di sacro, di primitivo, di fondante poi si passa alla lettura degli articoli e tutto appare scontato, quasi a non comprendere la necessità di dover ribadire concetti così semplici e concisi come la libertà, il diritto alla vita e alla sicurezza, la giustizia, il diritto di movimento. Nel 1948 quei concetti, a noi così familiari, erano tutt’altro che scontati e dopo due guerre mondiali è stato necessario scrivere che “tutti nascono liberi ed eguali in dignità e diritti e che devono agire con spirito di fratellanza” (art.1 UDHR).

Anche oggi, nel 2023, molti di questi articoli non sono poi così “scontati” per le persone che la mia cooperativa sociale, Programma integra, segue e sostiene. I rifugiati, ad esempio, per i quali la libertà, l’uguaglianza, la giustizia o il divieto di essere torturati spesso sono diritti negati e che per i quali in generale più della metà della dichiarazione è carta straccia. Per le persone di etnia Rom, sinti e camminanti, spesso senza cittadinanza e ai margini di una società di “uguali”.
Le vittime di tratta e i migranti impiegati irregolarmente in agricoltura sono ancora oggi schiavi di padroni spregiudicati (sfruttatori) a due passi dalle nostre case. Le persone LGBTQI+ per le quali bisognerebbe gridare forte il diritto alla libertà di espressione.

Ma poi chi è in condizioni di vulnerabilità sociale ed economica o chi, straniero, arriva in Italia, può dare per scontata l’applicazione della Dichiarazione dei Diritti Umani? Pensiamo al diritto a chiedere asilo o la protezione internazionale. Il diritto d’asilo è sancito dalla Convezione di Ginevra del 1951 sullo status di rifugiato che definisce la persona rifugiata come “chiunque, nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può̀ o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato.”

La Convezione dal 1990 ha trovato applicazione in Italia grazie alla “Legge Martelli” e dagli anni 2000 l’Unione Europea ha implementato un Sistema europeo di asilo che prevede le stesse regole per gli Stati dell’Unione relativamente ai criteri per riconoscere la protezione, i livelli di accoglienza e i diritti che discendono dall’ottenimento della protezione.

Anche se esiste un Common european asylum system, tale sistema viene meticolosamente ostacolato( si pensi ai salvataggi in mare o alla difficoltà di presentare la domanda di asilo presso le questure o ancora agli scarsi servizi di prima accoglienza) quasi a volere disincentivare l’arrivo di chi scappa da guerre, violenze generalizzate e timori persecutori negando di fatto l’accesso ad alcuni diritti quali quello di chiedere asilo o quello di movimento perché poi, una volta arrivati, non possono uscire dall’Italia se è il primo paese di arrivo: in una generale sospensione del diritto alla libertà di movimento che accettiamo ormai con abitudinaria rassegnazione.

Ma quello che veramente è in discussione in questi anni in Italia, in Europa e nel mondo occidentale principalmente è l’art. 23 il “Diritto a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro e ad una remunerazione equa”. In un mondo lasciato in mano al mercato inteso come massima efficienza e massimo profitto quanti possono dire che l’articolo 23 dell’UDHR trovi pienamente applicazione? Oppure l’art. 24 “diritto al lavoro e allo svago” o l’art. 25 “diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia o vecchiaia e diritto ad un tenore di vita sufficiente”.

Qui noi abbiamo veramente tanto da fare ma in generale la società sta attraversando un periodo in cui è necessario capire la direzione da prendere – o da riprendere – e spesso non sono più sufficienti le risposte che forniamo.

Programma integra si occupa specificatamente di inserimento lavorativo perché, nella difficoltà generale, per i più vulnerabili diventa persino impossibile trovare un impiego decente che permetta condizioni di vita dignitose. Ci occupiamo di servizi sociali e accoglienza, di supporto psicologico, orientamento e formazione, inserimento abitativo per le “persone” che seguiamo e cerchiamo di rispondere ai molteplici aspetti che includano la garanzia dei propri diritti per poter far sì che il “diritto alla felicità” possa essere garantito.

Abbiamo sempre lavorato per “problemi”: il servizio per risolvere il problema del rifugiato, quello per risolvere il problema del percettore dell’ex Reddito di cittadinanza, il problema dei minori soli. Tutto diviso in categorie incasellate. Ma si è prima un minore o prima un migrante? Prima una persona senza dimora o una rifugiata? In questo tipo di società che spesso non è in grado di trovare le risposte a differenti problematiche sociali causate dallo stesso sistema in cui viviamo mi chiedo che senso abbia lavorare per una categoria o per una categoria di problemi dividendo le persone in macrogruppi in base solo alla risposta che si può offrire loro.

Se riusciamo a garantire il diritto alla giustizia per tutti ma poi non riusciamo a garantire condizioni di lavoro dignitose, remunerate equamente, costruiremo i Diritti umani sulla sabbia e le loro fondamenta, per quanto sacrosante, vacilleranno facendo cadere tutto quello per cui negli ultimi 70 anni si è combattuto facendoci assuefare ad un loro ridimensionamento perché il nostro tipo di società “funziona” così.

Per questo sempre di più si sente parlare di intersezionalità, un concetto basilare nelle politiche di contrasto alle discriminazioni di ogni tipo e fondante per la lotta per i diritti civili di ogni minoranza. In questo modo si vogliono abbracciare tutte le vulnerabilità e caratteristiche che una persona porta con sé, vulnerabilità che si tengono tra di loro e che dovranno avere una molteplicità di risposte e di presa in carico

La Dichiarazione allora, concludendo, non è così scontata perché i nostri diritti devono essere sempre ribaditi, spiegati, pretesi parola per parola. Nel nostro lavoro sociale siamo stanchi di dover sempre combattere per rivendicare, come se non fosse giusto, diritti umani fondamentali come ad esempio: il diritto ad essere salvati in mare, il diritto di rimanere uniti alle proprie famiglie, il diritto di avere un contratto di lavoro dignitoso. E non è una questione di parte politica nella misura in cui i diritti umani sono di tutti e per tutti devono essere accessibili ed esigibili.

Basterebbe un mondo in cui tutti gli articoli della Dichiarazione fossero rispettati e allora non ci sarebbe più Programma integra ma uno stato consapevole, a fianco di cittadini e cittadine felici, fiduciosi nello Stato e rispettosi delle regole che genuinamente porterebbero al bene comune. Ecco in un modo così io sarei lì in platea tra di voi a sentire e ad applaudire storie giuste.

L’articolo di Valentina Fabbri è pubblicato nel n.1/2024 di TEMPO PRESENTE

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