Il teatro che interroga il presente: da “da Courage to know” due dibattiti su memoria, diritti umani e democrazia

Il teatro può essere molto più di un luogo di rappresentazione: può diventare uno spazio di riflessione, capace di mettere in discussione stereotipi e narrazioni consolidate, stimolare il pensiero critico e aprire un confronto sui temi che attraversano la nostra società.

Con questo spirito si è sviluppato Courage to Know, progetto europeo finanziato dal programma Erasmus+ KA210-ADU, che ha promosso un percorso di sensibilizzazione sui totalitarismi, sull’intolleranza e sulle discriminazioni attraverso il linguaggio potente e universale delle arti performative.

Tra le iniziative più significative del progetto, il Teatro Líšeň della Repubblica Ceca ha portato in scena a Roma due spettacoli di forte impatto civile: Crippletrek, il 7 maggio presso Spin Time Lab, e Blood Hygiene, l’8 maggio al Teatro Furio Camillo. Due opere diverse per linguaggio e narrazione, ma accomunate dalla volontà di affrontare temi spesso rimossi o marginalizzati, invitando il pubblico a riflettere sul presente attraverso la forza evocativa del teatro.

Al termine di entrambe le rappresentazioni si sono svolti due dibattiti con registi, studiosi ed esperti, che hanno approfondito i temi emersi in scena e offerto uno spazio di confronto sui diritti umani, sulla memoria storica, sulla responsabilità individuale e sul valore della democrazia.

Di seguito proponiamo una sintesi dei due incontri, accompagnata dai link alle registrazioni integrali pubblicate sul canale YouTube di Programma integra.

Crippletrek

Quando il teatro diventa uno spazio di incontro e trasformazione

Il primo dibattito si è svolto nello Spin Time Lab, luogo simbolico in cui cultura e inclusione sociale convivono quotidianamente. A confrontarsi con il pubblico sono state Pavla Dombrovská, regista, autrice e attrice del Teatro Líšeň, e Cecilia Carponi, studiosa di teatro sociale.

Fin dall’inizio dell’incontro è emerso come il contesto dello Spin Time rappresenti esso stesso un esempio di teatro sociale “vissuto”: un edificio che ospita centinaia di persone provenienti da diversi Paesi e che prova ogni giorno a costruire relazioni attraverso la cultura.

Carponi ha raccontato quanto sia complesso coinvolgere direttamente gli abitanti nelle attività artistiche, ricordando però esperienze di grande successo, come una performance immersiva realizzata insieme ai residenti nell’ambito di un progetto dell’Università La Sapienza. Un esempio concreto di come il teatro possa diventare occasione di partecipazione e costruzione di comunità.

Il linguaggio del teatro di figura

Nel raccontare il percorso del Teatro Líšeň, Pavla Dombrovská ha spiegato come la compagnia abbia scelto il teatro di figura inizialmente per ragioni pratiche, trasformando poi quella necessità in una precisa cifra artistica.

Pupazzi, maschere e oggetti scenici non rappresentano semplicemente una scelta estetica: permettono di affrontare temi estremamente delicati attraverso il linguaggio della metafora, creando quella distanza emotiva che consente allo spettatore di osservare la realtà da una prospettiva diversa.

Accanto agli spettacoli rivolti alle famiglie, il Teatro Líšeň ha sviluppato negli anni un percorso dedicato a quello che Dombrovská definisce “teatro provocatorio”: produzioni che affrontano questioni politiche e sociali spesso considerate scomode.

Tra queste, Putin is Skiing, ispirato agli scritti della giornalista russa Anna Politkovskaja, rappresenta da quasi vent’anni un monito contro la deriva autoritaria della Russia contemporanea. Un’opera che, alla luce degli eventi più recenti, ha assunto una forza ancora maggiore.

La bellezza come strumento di cambiamento

Grande interesse ha suscitato anche il lavoro scenografico della compagnia. Le maschere e gli oggetti utilizzati negli spettacoli nascono infatti da materiali di recupero, trasformati in potenti strumenti narrativi grazie alla collaborazione con lo scenografo Jakub Růžička.

Il dibattito si è concluso con una riflessione condivisa sul valore del teatro impegnato.

Secondo Cecilia Carponi, affrontare temi come migrazioni, disabilità, marginalità o discriminazioni significa assumersi una responsabilità culturale che può produrre cambiamento solo se accompagnata da una forte qualità artistica.

L’arte, infatti, non può limitarsi a trasmettere un messaggio: è proprio la sua capacità di emozionare, creare bellezza e stimolare immaginazione a renderla uno strumento di trasformazione sociale.

▶ Guarda il dibattito completo sul canale YouTube di Programma integra


Blood Hygiene

Memoria, fascismo e diritti umani: il teatro come esercizio di vigilanza democratica

Se Crippletrek ha posto al centro il potere inclusivo del teatro, il secondo incontro ha affrontato questioni ancora più direttamente legate all’attualità politica.

Partendo dallo spettacolo Blood Hygiene, Pavla Dombrovská ha raccontato il lungo lavoro di ricerca che ha portato alla sua realizzazione. La drammaturgia nasce infatti dallo studio di documenti originali dell’Olocausto, delle parole contenute nel Mein Kampf e degli atti del Processo di Norimberga.

L’obiettivo, tuttavia, non era raccontare soltanto il passato.

Analizzando siti neonazisti contemporanei e il linguaggio utilizzato nei social network, la compagnia ha individuato inquietanti analogie tra la propaganda nazista e alcune forme di comunicazione politica odierna.

Per questo motivo Blood Hygiene non parla soltanto della storia del Novecento, ma invita il pubblico a riconoscere quei meccanismi che possono riemergere anche nelle democrazie contemporanee.

Quando alcune vite sembrano valere meno di altre

Uno dei temi più intensi emersi durante il confronto riguarda la progressiva gerarchizzazione del valore della vita umana.

Dombrovská ha osservato come la società sembri ormai distinguere implicitamente tra morti che suscitano indignazione collettiva e altre che finiscono rapidamente nell’indifferenza, come accade troppo spesso alle persone migranti che perdono la vita lungo le frontiere europee.

Richiamando le testimonianze dei sopravvissuti ai campi di concentramento, la regista ha ricordato che i grandi sistemi di persecuzione non sono sostenuti soltanto da leader violenti, ma anche dalla collaborazione quotidiana di persone comuni che rinunciano a interrogarsi sulle conseguenze delle proprie azioni.

Una riflessione che invita ciascuno ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte senza cedere al conformismo.

Le politiche migratorie europee sotto esame

La seconda parte dell’incontro ha visto l’intervento di Giovanna Cavallo, che ha proposto un’analisi critica delle attuali politiche migratorie europee.

Secondo Giovanna Cavallo, il Nuovo Patto europeo sulla Migrazione e l’Asilo rischia di consolidare un sistema fondato sul controllo, sulla selezione delle persone e sull’esternalizzazione delle responsabilità verso Paesi terzi.

Richiamando dati delle Nazioni Unite, ha ricordato come solo una minima parte delle migrazioni mondiali interessi il continente europeo, sostenendo che la cosiddetta “emergenza migratoria” sia spesso il risultato di una costruzione politica piuttosto che di un fenomeno oggettivamente incontrollabile.

Tra gli esempi discussi, anche il progetto italiano dei centri per migranti in Albania, considerato emblematico delle contraddizioni di un sistema che tende a trasformare la mobilità umana in una questione prevalentemente securitaria.

La forza della società civile

A offrire uno spiraglio di speranza è stata l’esperienza di Yalla Study, rete di organizzazioni e volontari che ha consentito a centinaia di studenti della Striscia di Gaza di raggiungere legalmente l’Italia per proseguire il proprio percorso universitario.

Un esempio concreto di come la società civile possa incidere sulla realtà, costruendo percorsi di solidarietà capaci di superare ostacoli burocratici e istituzionali.

Un invito a non smettere di interrogarsi

Il dibattito si è concluso con una convinzione condivisa: contrastare la disumanizzazione significa innanzitutto cambiare il modo in cui raccontiamo le persone, rifiutare narrazioni che riducono gli esseri umani a numeri o problemi di sicurezza e difendere il valore della partecipazione democratica.

In questa prospettiva, il teatro si conferma uno strumento prezioso. Non offre risposte semplici, ma pone domande, mette in discussione ciò che appare scontato e invita il pubblico a esercitare uno sguardo critico sul presente.

Ed è proprio questa capacità di generare riflessione che rende il teatro un alleato fondamentale nella difesa della memoria, dei diritti umani e della democrazia.

▶ Guarda il dibattito completo sul canale YouTube di Programma integra

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