Oltre la grammatica: insegnare la lingua per promuovere l’autonomia delle persone migranti adulte

Quali sono le sfide che affronta ogni giorno chi insegna italiano a persone migranti adulte? A rispondere è Paulon International School (PIS), partner italiano del progetto LiLI – Life and Language Skills + Intersectionality for Migrant Women Integration, che, attraverso la propria esperienza come scuola di lingua e cultura italiana, propone una riflessione sul ruolo dell’insegnamento linguistico come strumento di autonomia, inclusione e partecipazione.

Insegnare la lingua del Paese ospitante ad adulti con background migratorio è una delle sfide più complesse e affascinanti dal punto di vista educativo. Non si tratta infatti di trasmettere semplicemente un codice linguistico, ma di offrire gli strumenti per comprendere una nuova realtà sociale, burocratica e relazionale a persone che possiedono conoscenze, strumenti comunicativi, idee di strutture sociali non solo differenti ma già sedimentate nel loro vissuto.

Comunicare nella lingua del Paese ospitante non significa solo acquisire una competenza linguistica: significa aprire la porta all’autonomia, all’inclusione e a nuove opportunità di vita. È da questa consapevolezza che nasce LiLI – Life and Language Skills + Intersectionality for Migrant Women Integration, il progetto europeo coordinato da Programma integra, che sviluppa strumenti innovativi per integrare l’apprendimento della lingua con il rafforzamento delle life skills e un approccio intersezionale, capace di riconoscere e rispondere ai bisogni concreti e alle diverse esperienze delle donne con background migratorio.

L’adulto migrante: non una “tabula rasa”

La ricerca nell’ambito della didattica delle lingue ha ampiamente dimostrato che gli adulti non sono semplicemente “bambini cresciuti” che apprendono per imitazione. Gli studi relativi all’insegnamento di una seconda lingua a persone mature, rilevano come ogni discente porti con sé un patrimonio cognitivo complesso, un sistema di valori già strutturato e, spesso legato, in questo caso, alle ferite emotive del proprio percorso migratorio.

Bisogna pensare che le difficoltà legate al senso d’identità conosciute dal migrante sono indice del processo di spersonalizzazione che si trova a subire; la sua identità si costituisce sempre per privazione:  egli è un non-europeo, un non-cittadino e spesso  diviene una non-persona. Il primo passo per riappropriarsi degli strumenti essenziali per la propria esistenza e autosufficienza, è apprendere la lingua del Paese ospitante. L’apprendimento di una nuova lingua è una delle dimensioni centrali per l’integrazione della persona nella società di arrivo, per la promozione di un cambiamento della sua vita verso l’ autonomia e quindi per la realizzazione del suo progetto migratorio. Per far questo tuttavia, ha bisogno di fare i conti anche con un ulteriore elemento: le emozioni. Diverse pubblicazioni scientifiche sul tema richiamano alle difficoltà o l’impossibilità che le persone migranti adulte hanno di esprimere il loro stato d’animo. Questo genera frustrazione e la sensazione di regredire a uno stato di dipendenza simile a quello dell’infanzia.

Un’attenzione necessaria: i percorsi dedicati alle donne migranti

Nell’ambito dell’educazione degli adulti, le donne migranti rappresentano un gruppo destinatario che richiede una progettazione educativa particolarmente attenta. Molte di loro si confrontano con una doppia discriminazione, legata sia al genere sia all’origine, oltre a dover affrontare ostacoli strutturali specifici, tra cui:

  • L’isolamento domestico: spesso impegnate quasi esclusivamente nelle attività di cura, hanno meno occasioni di socializzazione rispetto agli uomini inseriti nel mercato del lavoro.
  • Il carico mentale e familiare: sono frequentemente responsabili dei rapporti con le istituzioni per l’intero nucleo familiare, come scuole, servizi sanitari e uffici pubblici.
  • L’assenza di reti di supporto: la mancanza di spazi sicuri e di reti tra pari limita le opportunità di empowerment e partecipazione.

Per questi motivi, come si sta approfondendo all’interno del progetto LiLI, l’insegnamento della lingua rivolto alle donne deve essere strettamente integrato con lo sviluppo delle competenze per la vita (life skills).

Per esempio, non basta insegnare il lessico relativo al corpo umano: è necessario fornire anche le competenze di problem solving utili ad affrontare alcune situazioni di vita, come una visita medica. Così come non basta insegnare le formule di saluto: occorre sviluppare il pensiero critico affinché le persone siano in grado interpretare correttamente una comunicazione nel mondo della scuola o del lavoro, con il fine primario della difesa dei propri diritti.

Progettare percorsi di apprendimento per persone migranti adulte significa quindi superare la rigidità dei programmi centrati esclusivamente sulla grammatica o la comunicazione relativa alle richieste primarie, ma è necessario adottare un approccio flessibile, basato su compiti autentici (Task-Based Learning) e strettamente connesso ai bisogni concreti del territorio.

Solo riconoscendo la complessità delle storie di vita dei nostri studenti e delle nostre studentesse, e in particolare di quelle delle donne migranti, possiamo trasformare l’aula in un autentico laboratorio di cittadinanza, dove la lingua smette di essere un ostacolo e diventa, finalmente, la chiave dell’autonomia.

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