Refugee scART, ovvero come trasformare i rifiuti in gioielli

Raccolta e trasformazione della plastica usata per produrre collane, orecchini, borse, sottopiatti, portapane, segnalibri: è ciò che realizza il progetto Refugee scART, ideato dalla Spiral Foundation – onlus italiana e ONG californiana coordinata da Marichia Simcik Arese – in collaborazione con il Centro Astalli, Laboratorio 53 e Binario 95 e il coinvolgimento di 9 rifugiati. Siamo andati a trovarli per farci raccontare genesi e sviluppo di questa idea.

Siamo arrivati in tarda mattina. Ad accoglierci un ragazzo, chiediamo di Marichia, ci dice che è lui, scherza e ci accompagna in laboratorio. Il lavoro si svolge in una grande stanza all’interno della chiesa di Sant’Andrea al Quirinale. Lì, al lavoro, Marichia che ci presenta al gruppo e ci fa vedere i tanti oggetti realizzati. Su un mobile: collane, segnalibri, sottopiatti, bicchieri, tutti coloratissimi e realizzati con plastica riciclata.

Il materiale “viene raccattato dappertutto – ci racconta Marichia – nei centri di accoglienza dove vivono i ragazzi, nei supermercati, nei negozi con cui abbiamo fraternizzato. E poi la portano le amiche, andiamo noi a prenderla a Porta Portese. Siamo tutti molto attenti alla plastica che vediamo girando, per noi questo è tesoro, perché dalla mondezza creiamo oggetti”.

L’idea di utilizzare plastica, così come ogni tipo di materiale di scarto, è alla base dei progetti realizzati dalla Spiral Foundation ed “è nata 15 anni fa – ci dice Marichia – non per fare qualcosa che fosse all’avanguardia in fatto di ecologia, bensì perché il materiale di scarto non costa niente, è gratis e così tutti i ricavati dalle vendite degli oggetti artigianali prodotti nei paesi in cui operiamo – Vietnam e Nepal – vanno per dare salari equi agli artigiani e per finanziare progetti a beneficio della comunità. E – sottolinea – sarà lo stesso qui in Italia l’intero ricavato della vendita andrà nella sua totalità ai ragazzi”.

Il progetto, che si chiama Refugee scART – spostamenti coraggiosi Aiutando Riciclo Terra -, è partito ad agosto. L’idea di lavorare in Italia con e per i rifugiati è venuta a Marichia quando a marzo ha visto dagli Stati Uniti – dove abita – “le immagini devastanti date alla TV di quello che stava succedendo a Lampedusa. Avrei voluto andare a Lampedusa a lavorare con loro”. Ha deciso di utilizzare la sua ONG. E’ venuta in Italia e con l’aiuto dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha avviato la collaborazione con associazioni che sul territorio si occupano di rifugiati: Centro Astalli, Laboratorio 53 e Binario 95. Ha presentato la sua idea e 9 ragazzi rifugiati, tutti provenienti da paesi africani, hanno deciso di seguirla. Non ci sono state selezioni, “i ragazzi – ci racconta – sono persone che non avevano niente da fare nei centri che li accolgono, che stavano in giro per la stazione Termini in attesa di poter rientrare nei centri la sera, tutti senza speranza. Adesso invece sono insieme, siamo parte di un gruppo, si è sviluppato un senso di appartenenza. E poi il progetto crea tanto valore aggiunto: si sentono creativi, riescono a riciclare e comporre, ognuno è libero di realizzare quello che vuole, gli oggetti sono anche il frutto della loro cultura etnica, del loro senso estetico, dei loro colori”.

Il progetto non ha una conclusione perché l’idea “è che questo laboratorio sia il seme iniziale e che poi loro possano diventare i professori del riciclo della plastica e insegnare ad altri ragazzi in altri centri di accoglienza come fare a produrre oggetti dalla plastica”. Un’esperienza che potrebbe quindi essere replicata, dando non solo un modo ai rifugiati di occupare il loro tempo, ma creando una professione e contribuendo allo stesso tempo al bene comune e all’ambiente.

Per i ragazzi il laboratorio ha costituito un’opportunità lavorativa. Per alcuni “è una buona idea, può essere un lavoro per il futuro”. Per uno di loro, che vorrebbe fare il cuoco, potrebbe essere, ci dice, “un secondo lavoro”. Nel team c’è anche un sarto che con questa esperienza ha imparato a cucire plastica anziché camicie, come era solito fare. E poi c’è un commesso di negozi di vestiti che si è dedicato soprattutto della realizzazione delle collane. C’è chi ama di più fare il lavoro di preparazione del materiale: si tratta di lavare la plastica, tagliarla, stirarla e trasformarla in grandi pezzi di stoffa dalla quale poi si realizzano quasi tutti gli oggetti. Un ciclo di trasformazione di cui si potrà sapere di più in occasione del prossimo mercatino di Natale che si terrà il 3 e il 4 dicembre in Via Paolo Mercuri 8 a Roma vicino Piazza Cavour, quando gli artigiani mostreranno come da una busta di plastica si possa ottenere la collana che al Festival del cinema di Venezia è stata indossata anche dalla popstar Madonna!

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