Sifat dietro al bancone: una miscela unica di cultura e opportunità alle Industrie Fluviali di Roma

 

Entriamo in una bella struttura nel cuore del quartiere Ostiense di Roma, un ambiente dal fascino post-industriale, pieno di gente, luce e profumi. Pensiamolo come un’affollata cucina dove si aggiungono ai piatti ingredienti inaspettati che mescolandosi arricchiscono di sapori e colori ogni esperienza. Ecco l’immagine calzante di Industrie Fluviali, che apre le sue porte a Sifat, un giovane tirocinante proveniente dal Bangladesh, pieno di entusiasmo e con il sogno di diventare un bravo barman.

La scintilla per l’attivazione di questo tirocinio formativo è partita dal SUAM – Sportello Unico per l’accoglienza Migranti di Roma Capitale, un punto essenziale di riferimento, che fornisce quotidianamente servizi di supporto nei percorsi di inclusione sociale e lavorativa per la popolazione straniera.

Emiliano, l’operatore dedicato all’orientamento al lavoro del SUAM, ha individuato da subito le qualità innate e la forte motivazione del giovane, nel voler affrontare con professionalità e dedizione la sfida dietro un bancone di bar. E’ stato così immediatamente orchestrato un match, collegando Sifat a questa importante realtà romana, che inserisce l’arte del bar e della buona cucina all’interno di uno spazio poliedrico dedicato all’innovazione sociale, culturale e tecnologica.

“L’impressione avuta già dal nostro primo incontro, ha mantenuto fede alle aspettative create dalle parole dell’operatore del SUAM – dice Marco Domenicucci di Industrie FluvialiSifat è un ragazzo sveglio, pronto a mettersi alla prova, e soprattutto, ha una chiara volontà di imparare.”

Alla nostra domanda, sull’impatto che l’ingresso di Sifat ha avuto su Industrie Fluviali, Marco risponde che l’effetto è stato totalmente positivo, un evento che ha contribuito a migliorare il morale e la coesione del team di lavoro. “I ragazzi si sono dati da fare da subito per insegnargli il mestiere, creando intorno a lui un movimento di responsabilità condivisa, che ha rafforzato il legame tra di loro“, conclude Marco.

Ci racconta poi, di quanto in questa esperienza stia prevalendo la sfida legata alle barriere linguistiche, più che a quelle culturali, e di come lui stesso raccomandi ogni giorno a Sifat di concentrarsi sullo studio della lingua, prima ancora di intraprendere definitivamente la sua carriera lavorativa.

E anche per cercare di superare questa difficoltà, il team di lavoro si è mosso in modo accogliente e solidale, evitando ogni forma di isolamento, anzi, stringendosi intorno al nuovo arrivato, suggerendogli film in italiano da guardare e regalandogli letture per migliorare la sua capacità di espressione nella nostra lingua.

“C’è un momento divertente, legato proprio a questo, un istante in cui tutti ci siamo fermati per insegnargli la parola “film” che lui si ostinava a pronunciare “flim”; ci abbiamo scherzato insieme, sciogliendo con una risata condivisa la difficoltà del comprendersi.”

Dal racconto di Marco, emerge poi che i giovani stranieri ospitati da Industrie Fluviali, non hanno mai manifestato un particolare desiderio di condividere la propria cultura d’origine; Sifat non fa eccezione, a parte l’aver voluto insegnare ai colleghi, la preparazione del biryani, un piatto tipico del Bangladesh, che forse andrà ad arricchire il menù della loro cucina.

Per i datori di lavoro che stanno valutando un’esperienza simile, il consiglio di Marco è quello di provare, perché “Oltre ai benefici lavorativi – ci dice- aprendo le porte a nuove culture e prospettive, si ospita un’esperienza che arricchisce personalmente ogni membro del team.”

Gli chiediamo se vorranno mantenere i rapporti con il giovane tirocinante una volta terminato il periodo di stage, Marco ci dice: “Si! Perché la sua presenza sta lasciando un’impronta.”

In una conversazione con Sifat, abbiamo voluto ascoltare questa bella storia di inclusione anche attraverso il suo “italiano in working progress”:

“Sono stato molto felice quando ho scoperto che potevo fare un tirocinio qui. Mi trovavo in un posto così bello con persone accoglienti: questa è stata la mia prima impressione. E devo dire che la sfida di imparare a dire ‘film’ è stata davvero divertente. Mi impegno molto e sono stato felice di condividere la cultura del biryani con i colleghi. Continuerò a imparare, fino a diventare un vero barman. E sì, mi piacerebbe molto rimanere in contatto con i queste persone dopo il tirocinio.”

Concludiamo questo bell’ incontro, nella convinzione sempre più radicata, che il lavoro nel sociale, favorendo un proficuo scambio culturale, ha un ruolo essenziale nella promozione di pratiche positive che agevolano la convivenza tra i cittadini stranieri e la comunità ospitante.

In questa esperienza, ognuno svolge il proprio ruolo: il SUAM, attraverso i suoi servizi giornalieri, si impegna a migliorare la vita dei migranti, contribuendo positivamente alla crescita complessiva della società; allo stesso modo le aziende che integrano nel proprio contesto lavorativo individui senza una rete sociale o familiare, offrono un contributo prezioso a questa rilevante evoluzione sociale. Insomma, una storia, anzi un “flim” a lieto fine.

Il SUAM promosso da Roma Capitale, Dipartimento Politiche Sociale, Ufficio Immigrazione e gestito da Europe Consultin e Programam integra, si trova a Roma in via Crescimbeni, 25; i suoi servizi sono attivi, su appuntamento dal lunedì al venerdì. Contribuisce ad aumentare la forza dei servizi del SUAM il progetto Spazio Comune, condotto da Programma integra, che con il sostegno di Unhcr Agenzia ONU per i rifugiati, svolge un’attività di potenziamento, concentrata principalmente sull’incremento dell’offerta di servizi di inclusione sociale rivolti alle persone richiedenti asilo, titolari di protezione internazionale e apolidi, assistiti presso lo Sportello Unico.

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