Dalle regole alle opportunità: il prossimo capitolo della migrazione europea secondo il progetto AMIL

L’Unione europea è entrata in una nuova fase della gestione della migrazione. Dal 12 giugno 2026 è in applicazione il Patto sulla migrazione e l’asilo, che definisce un quadro comune per la gestione della migrazione e dell’asilo nell’UE.

Il nuovo sistema introduce procedure comuni per lo screening e la registrazione degli arrivi irregolari alle frontiere esterne, accelera le procedure in materia di asilo e rimpatrio, chiarisce i criteri di responsabilità nell’esame delle domande di asilo e istituisce un meccanismo permanente di solidarietà a sostegno degli Stati membri sottoposti a pressione migratoria.

Il Patto segna un passo importante verso una gestione più coordinata a livello europeo. La sua efficacia, tuttavia, non può essere valutata soltanto in base a ciò che accade alle frontiere, durante l’accoglienza o nell’esame delle domande di asilo.

Per chi ha diritto a rimanere nell’Unione europea si apre infatti un’altra fase decisiva: partecipare alla vita economica e sociale della società di accoglienza.

La questione, per la prossima fase della politica migratoria europea, è dunque come trasformare una gestione efficace della migrazione in percorsi di inclusione altrettanto efficaci e sostenibili.

In questo passaggio assumono un ruolo centrale l’occupazione, le competenze e la capacità dei sistemi locali di tradurre il diritto a rimanere e il potenziale delle persone in opportunità concrete di partecipazione.

La gestione della migrazione non termina alla frontiera

Il Patto costruisce una nuova architettura comune, fondata su procedure alle frontiere esterne, criteri di responsabilità più chiari, solidarietà tra Stati membri e cooperazione europea. Affronta così una questione che da anni attraversa il dibattito nell’UE: gestire la migrazione in modo condiviso, superando la frammentazione delle risposte nazionali.

Tuttavia, la definizione dello status giuridico non esaurisce il percorso. Per chi può rimanere, imparare la lingua, accedere all’istruzione e alla formazione, valorizzare le competenze già acquisite, svilupparne di nuove ed entrare nel mercato del lavoro sono condizioni essenziali per un’integrazione duratura.

La questione non riguarda soltanto le politiche sociali. Ha anche una rilevanza economica crescente.

L’Europa deve confrontarsi con cambiamenti demografici, nuove competenze richieste dal mercato e carenze di manodopera in diversi settori. Favorire la partecipazione lavorativa delle persone che risiedono legalmente nell’UE contribuisce quindi non solo all’inclusione individuale, ma anche alla competitività, alla resilienza e alla coesione sociale.

Questo legame è presente anche nell’approccio europeo all’integrazione. Il Piano d’azione per l’integrazione e l’inclusione 2021–2027 include occupazione e competenze tra le principali aree di intervento e richiama la necessità di una maggiore cooperazione tra gli attori del mercato del lavoro, di sistemi più efficaci di valutazione delle competenze, di percorsi continui di aggiornamento e riqualificazione e di una più ampia partecipazione dei migranti a programmi di istruzione e formazione professionale di qualità.

La sfida è quindi collegare la gestione della migrazione alla fase successiva: il passaggio dallo status giuridico a una partecipazione effettiva.

Dallo status giuridico a una partecipazione significativa

L’accesso al mercato del lavoro, da solo, non garantisce un’integrazione lavorativa efficace.

I cittadini di Paesi terzi possono incontrare ostacoli diversi e spesso collegati tra loro: una conoscenza limitata delle norme e delle opportunità del mercato del lavoro nazionale, l’assenza di reti professionali, difficoltà linguistiche o la difficoltà di rendere qualifiche ed esperienze pregresse comprensibili e riconoscibili per i datori di lavoro.

Anche l’offerta formativa non sempre corrisponde alle esigenze effettive del mercato. Sul versante delle imprese, la disponibilità ad assumere cittadini di Paesi terzi può accompagnarsi a incertezze sulle procedure amministrative, sulla valutazione delle competenze o sulla gestione della diversità linguistica e culturale nei luoghi di lavoro.

Dall’analisi svolta nell’ambito di AMIL – Alliance Multi-stakeholder for Migrants Integration and Labour emergono quattro esigenze strettamente connesse: rafforzare la cooperazione tra pubblica amministrazione, imprese e società civile; facilitare l’accesso dei migranti alle informazioni sulle opportunità occupazionali e sulle regole del mercato del lavoro; sviluppare una formazione professionale coerente con i fabbisogni delle imprese locali; offrire ai datori di lavoro un supporto concreto nei processi di assunzione e integrazione dei cittadini di Paesi terzi.

Il nodo, dunque, non è sempre la mancanza di servizi o opportunità, ma la difficoltà di metterli in relazione. Un percorso formativo può essere poco collegato ai datori di lavoro; un posto vacante può non incontrare il candidato adatto; competenze ed esperienze già possedute possono rimanere poco visibili; un’impresa che cerca personale può non disporre delle informazioni o del supporto necessari per procedere all’assunzione.

L’integrazione nel mercato del lavoro è quindi anche una questione di coordinamento.

AMIL da un sostegno a un ecosistema di integrazione, poichè nasce per intervenire su questa dimensione e punta a favorire l’integrazione sostenibile dei cittadini di Paesi terzi nel mercato del lavoro attraverso l’ampliamento della metodologia Migrants Economic Integration Cluster (MEIC).

Il MEIC, sviluppato originariamente attraverso il progetto LIME, finanziato dal fondo AMIF, adotta un approccio multilivello e multi-stakeholder all’inclusione lavorativa. L’integrazione non viene affidata a una singola istituzione o a un singolo servizio, ma vengono messi in relazione gli attori le cui decisioni e attività incidono sul percorso di inserimento.

Autorità pubbliche, servizi per l’impiego, enti di istruzione e formazione professionale, datori di lavoro, imprese, Camere di Commercio e organizzazioni della società civile concorrono così alla costruzione di partnership pubblico-private locali, capaci di mobilitare conoscenze, competenze, risorse e servizi attorno a obiettivi condivisi.

AMIL consolida il modello MEIC sviluppato in Italia e ne promuove l’adattamento in Grecia e a Cipro, verificando come una metodologia comune possa trovare applicazione in ecosistemi nazionali e locali differenti.

Il modello supera quindi una logica centrata esclusivamente sulla formazione, che presuppone un passaggio automatico dall’acquisizione di competenze all’occupazione. Il suo intervento riguarda entrambi i versanti del mercato del lavoro.

Da una parte, i cittadini di Paesi terzi sono accompagnati attraverso percorsi personalizzati che comprendono valutazione delle competenze, orientamento professionale, formazione tecnica e professionale, sviluppo delle soft skill, apprendimento linguistico ed esperienze pratiche nel mercato del lavoro. Dall’altra, vengono coinvolti i datori di lavoro e gli altri attori del territorio, rafforzandone le capacità e favorendo la collaborazione tra soggetti che altrimenti rischierebbero di operare separatamente.

Il duplice obiettivo è aumentare l’occupabilità e l’inclusione economica dei cittadini di Paesi terzi e, nello stesso tempo, migliorare la capacità degli stakeholder pubblici e privati di creare condizioni favorevoli all’integrazione lavorativa. L’attenzione si sposta così dal singolo intervento al funzionamento dell’intero ecosistema.

Collegare le competenze a reali opportunità nel mercato del lavoro: un approccio transnazionale

La dimensione transnazionale consente di applicare una metodologia comune in contesti diversi. A partire dall’esperienza italiana del MEIC, AMIL consolida il modello nel Paese e lo adatta alla Grecia e a Cipro.

Italia, Grecia e Cipro presentano realtà migratorie, istituzionali e occupazionali differenti, ma condividono una necessità: collegare le competenze e il potenziale dei cittadini di Paesi terzi a opportunità lavorative concrete, preparando al tempo stesso istituzioni e datori di lavoro a sostenere questo passaggio.

Per questo i percorsi sono adattati alle condizioni locali. Nei Paesi partecipanti, valutazione individuale e orientamento professionale si integrano con sviluppo delle competenze, apprendimento linguistico, soft skill ed esperienze pratiche. Parallelamente, datori di lavoro, enti di formazione, servizi per l’impiego, autorità pubbliche e organizzazioni della società civile contribuiscono a creare le condizioni perché tali percorsi producano risultati.

In Italia, l’intervento parte dall’esperienza e dalle partnership già consolidate attraverso il modello MEIC, rafforzando la cooperazione territoriale come elemento centrale dell’integrazione lavorativa.

In Grecia, l’orientamento al lavoro e lo sviluppo professionale sono collegati a settori quali ospitalità e turismo, logistica, servizi di pulizia, commercio, energie rinnovabili ed economia verde e mediazione interculturale. L’apprendimento linguistico viene integrato nella formazione professionale, così da collegare la competenza linguistica alle situazioni e ai contesti in cui dovrà essere utilizzata.

A Cipro, la metodologia viene adattata a un contesto in cui diverse categorie di cittadini di Paesi terzi possono incontrare ostacoli specifici nell’accesso all’occupazione, all’orientamento e alla formazione. Diventa quindi particolarmente importante una cooperazione capace di collegare i servizi disponibili ai bisogni individuali e alle opportunità del mercato locale.

L’adattamento ai territori è un elemento essenziale. La formazione perde efficacia se viene progettata senza considerare la domanda economica locale; allo stesso modo, le opportunità di lavoro rischiano di rimanere inaccessibili se non vengono messe in relazione con competenze, esperienze e aspirazioni delle persone.

Ciò che funziona in un territorio può richiedere modifiche in un altro, in base alla struttura dell’economia, ai servizi disponibili, ai fabbisogni delle imprese e alle caratteristiche delle comunità migranti. Il valore della dimensione transnazionale di AMIL non consiste quindi nel replicare percorsi identici, ma nell’applicare principi comuni attraverso soluzioni coerenti con i diversi contesti.

Valutazione delle competenze, sviluppo professionale e linguistico, orientamento, coinvolgimento dei datori di lavoro e accesso alle opportunità occupazionali diventano così parti di uno stesso percorso. Ne deriva una considerazione più generale: obiettivi europei comuni non richiedono necessariamente risposte locali uniformi; la loro efficacia dipende dalla capacità dei sistemi nazionali e territoriali di tradurli in soluzioni adeguate ai rispettivi mercati del lavoro e assetti istituzionali.

L’integrazione come responsabilità condivisa

Solidarietà e responsabilità sono principi centrali del nuovo quadro europeo sulla migrazione. Nel Patto, un meccanismo permanente e obbligatorio di solidarietà è previsto per sostenere gli Stati membri sottoposti a pressione migratoria.

L’integrazione si colloca su un piano diverso, ma richiama una logica analoga: per essere sostenibile richiede una responsabilità condivisa. Non può ricadere esclusivamente sui migranti, né essere affidata ad autorità pubbliche, organizzazioni della società civile o datori di lavoro che agiscono separatamente.

I datori di lavoro conoscono i fabbisogni del mercato e creano opportunità occupazionali; gli enti di istruzione e formazione professionale possono tradurre tali fabbisogni in percorsi pertinenti; i servizi per l’impiego facilitano l’incontro tra domanda e offerta; le autorità pubbliche definiscono il quadro istituzionale; le organizzazioni della società civile offrono prossimità, esperienza e sostegno personalizzato, anche alle persone che incontrano maggiori ostacoli.

Anche i migranti sono parte attiva del processo, con le proprie competenze, esperienze, aspirazioni e scelte.

È la logica alla base dell’approccio MEIC: mettere in relazione soggetti diversi non come semplici fornitori di servizi, ma come componenti di un ecosistema locale. L’obiettivo è migliorare i percorsi individuali e, insieme, rafforzare la capacità degli attori del territorio di cooperare e costruire risposte comuni.

L’integrazione, infatti, è multidimensionale. Una stessa persona può aver bisogno di supporto linguistico, valutazione o riconoscimento delle competenze, formazione professionale e accesso a un’opportunità di lavoro, servizi spesso offerti da soggetti diversi. Se questi elementi restano scollegati, il compito di orientarsi nel sistema ricade sulla singola persona; se vengono coordinati, l’integrazione diventa un processo condiviso.

Questa impostazione è coerente con l’approccio più ampio dell’UE, che considera l’integrazione un processo bidirezionale e richiama la cooperazione tra migranti, comunità di accoglienza, autorità pubbliche, datori di lavoro, parti sociali ed economiche e società civile.

L’attuazione del Patto sulla migrazione e l’asilo rappresenta una tappa importante per l’Unione europea. Il nuovo quadro comune introduce procedure rafforzate, responsabilità più chiare e nuovi meccanismi di solidarietà, con particolare rilievo per i Paesi sottoposti a pressione migratoria, tra cui quelli in cui opera AMIL. Grecia, Cipro e Italia figuravano tra gli Stati membri interessati dalla prima valutazione della Commissione, nel luglio 2026, sull’applicazione delle nuove norme del Patto in materia di responsabilità per le domande di asilo.

La tenuta nel lungo periodo del modello europeo dipenderà però anche da ciò che accade dopo la conclusione delle procedure relative alla migrazione e all’asilo. Per chi ha diritto a rimanere, il passaggio dallo status alla partecipazione resta decisivo.

Le competenze già possedute vengono riconosciute e valorizzate? È possibile acquisire quelle richieste dai mercati del lavoro locali? I datori di lavoro riescono ad accedere ai profili di cui hanno bisogno? Enti di formazione, autorità pubbliche, servizi per l’impiego e società civile riescono a collaborare, evitando interventi paralleli e frammentati?

Sono questioni che vanno oltre l’architettura procedurale del Patto, ma incidono direttamente sulla sostenibilità delle politiche migratorie e di integrazione in Europa.

In questo quadro, AMIL propone un modello fondato sul collegamento tra migranti, datori di lavoro, autorità pubbliche, enti di formazione, servizi per l’impiego e società civile. La dimensione transnazionale mostra inoltre come principi comuni possano essere applicati con la flessibilità necessaria a rispondere alle diverse realtà nazionali e locali.

Un’integrazione efficace, in definitiva, non dipende soltanto dalla preparazione dei migranti all’ingresso nel mercato del lavoro. Richiede anche sistemi capaci di riconoscere, sviluppare e valorizzare le competenze che le persone portano con sé.

Il Patto apre un nuovo capitolo nella gestione europea della migrazione. Il passo successivo è fare in modo che alla capacità di gestire arrivi, asilo e condivisione delle responsabilità corrisponda la possibilità, per chi ha diritto a rimanere, di partecipare alla vita economica e sociale e costruire un futuro sostenibile nelle società europee.

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